
Il 21 Ottobre 2011 la socia D.ssa Carla Siena ha tenuto per la Dante siracusana una interessantissima conferenza nella Biblioteca Eio Vittorini dell’ITC di Siracusa alla presenza di un numeroso pubblico.
Ne riportiamo qui in appresso il testo.
I SAPORI DELLA MIA MEMORIA
Sono nata, a metà del secolo scorso, in via SS. Coronati, in pieno quartiere “Sperduta”, nel cuore di Ortigia. Erano i tempi in cui il collegamento tra l’isolotto e la terraferma era assicurato dalle barche a remi nel porto piccolo: una traversata lenta e rilassante, con il barcaiolo in piedi a fare leva sui remi, il barattolo di metallo che girava tra i passeggeri per raccogliere – in fiducia – le poche lire che costava il servizio. Si parlava sottovoce, per non rovinare quella magica atmosfera. Chi voleva fare presto, per evitare di aspettare che la barca si riempisse, pagava le quote per tutti i posti disponibili; questa modalità prendeva il nome di barca seria, e permetteva di partire subito, con tutta la barca a disposizione.
Nei primi anni ’60 ero quindi una bambina ortigiana, che andava a scuola in quello che oggi si chiama Istituto Comprensivo di Ortigia e che era anche allora ospitato in un grande edificio costituito da due ali simmetriche con un cortile al centro. La mia maestra era Tittina Spagna Alagona, una signora dal portamento aristocratico, che ci diede ottime basi per costruire in seguito le nostre carriere scolastiche. Le mie compagne (le classi erano rigorosamente a sessi separati) ed io dovevamo inerpicarci fino al terzo piano, in cima ad una scala interminabile, per raggiungere l’aula che aveva ancora i banchi di legno in un unico pezzo per sedile e scrittoio, con le vaschette per l’inchiostro, che però non usavamo, perché avevamo tutte la penna biro. Le mie amiche che frequentavano la classe della maestra Candido, invece, avevano i banchetti verdi con le sedioline separate, come si usano ancora oggi, e questo ci faceva sentire un po’ discriminate. A metà mattinata, durante la ricreazione, consumavamo la colazione, che per me era – nei primi anni – un tramezzino con il formaggino, che la mamma metteva nella mia cartella avvolto in un tovagliolino. Dopo un po’, però, questa colazione mi venne a noia, e così – visto che anche la mia amica Pinella Giacalone non gradiva la sua – ce le scambiavamo; a lei il panino con il formaggino e a me la brioche semplice (quella allungata) che il padre le comprava al bar Viola, sostando un attimo in corso Matteotti, perché loro venivano in macchina, dal momento che abitavano nella zona alta della città, ancora disseminata di ville e con pochi palazzi che cominciavano a spuntare qua e là. Quanto mi piaceva, quella brioche! Forse perché aveva il gusto della prima trasgressione. Crescendo, mi guadagnai il permesso di comprare un panino imbottito alla botteguccia che c’era di fronte al portone della palestra. Io potevo prendere il panino (una manuzza) con la provoletta, anche se avrei preferito il salame, ma ubbidivo ai precetti materni e non sgarravo mai.