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La Dante Alighieri di Siracusa ha ricordato Ettore Randazzo, più volte ospite dell’associazione dove aveva presentato i suoi libri Doppio inganno, È forse una condanna al silenzio, La giustizia nonostante, L’avvocato e la verità . 

Ettore Randazzo, avvocato penalista siracusano, è  stato componente, sin dalla sua istituzione, della Commissione Deontologica del Consiglio Nazionale Forense che ha redatto il Codice Deontologico dell’avvocato. Ha coordinato la Commissione Deontologica dell’Unione delle Camere Penali, redattrice, sin dal 1994, delle regole deontologiche del penalista. Inoltre è stato membro dalla sua istituzione del Consiglio Direttivo del Centro per  la Formazione e l’Aggiornamento dell’avvocato. Ha fatto parte del primo Comitato Esecutivo della “Fondazione dell’Avvocatura Italiana”, di cui è stato socio fondatore. È stato Presidente del Consiglio Scientifico Regionale dell’Istituto Superiore Internazionale di Studi Criminali e del LAPEC (Laboratorio Permanente Esame e Controesame). E’ stato componente della Commissione Ministeriale per la riforma del codice penale, nonché della Commissione Ministeriale di riforma del codice di procedura penale. Ha  insegnato presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Urbino e presso la  L.U.M.S.A. di Palermo, nonché presso la Facoltà di Giurisprudenza di Roma Torvergata e della Università KORE di Enna.  Il 20 novembre 2006 gli è stato assegnato il “Premio Internazionale Sicilia Il Paladino” per il settore “Avvocatura”, e il 14 dicembre 2007 il Premio Giuristi-Artisti dell’Ordine Forense di Caltanissetta, settore letterario. Ha scritto molti romanzi, otto dei quali sono stati premiati.

Il 21 Febbraio 2017 l’avvocato si è serenamente spento, dopo una lunga malattia, affrontando la sua fine con la tranquillità e dignità che lo hanno sempre contraddistinto, e la Dante, memore degli incontri piacevoli avvenuti con lui, ha voluto,  ad un anno di distanza dalla sua dipartita, ricordarlo con Paolo di Stefano scrittore e giornalista del Corriere della Sera che recentemente ha scritto un saggio sullo scomparso. 

Paolo di Stefano è nato ad Avola  ma  è cresciuto in Svizzera e si è laureato in Filologia romanza a Pavia con Cesare Segre, grande amico della Dante di Siracusa. Dopo una breve esperienza di ricerca universitaria, ha lavorato come giornalista al Corriere del Ticino e alla Repubblica. Ha curato anche le pagine culturali del ‘Corriere della Sera’, di cui ora è  inviato speciale . È stato responsabile della rivista ‘Bloc notes’ e, in seguito, redattore e poi responsabile della rivista letteraria italo – svizzera ‘Idra’. Dal 1989 è stato anche editore di narrativa italiana presso la casa editrice Einaudi di Torino. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di lettere dell'Università degli Studi di Milano. È  consulente della direzione editoriale  degli ambienti letterari di Astone e dal 2003 gestiste il forum  on line ‘Leggere e scrivere’  del ‘Corriere della Sera’. Dal 1989 è stato anche Editore di narrativa italiana presso la casa editrice Einaudi di Torino. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di lettere dell'Università degli Studi di Milano. Ha scritto saggi filologici e critico-letterari, ha curato volumi miscellanei. È autore di racconti, reportage, inchieste, poesie e romanzi, alcuni dei quali tradotti in francese, in tedesco e in arabo. Nelle sue opere affronta temi come: la memoria e l'oblio, l'infanzia violata e la difficoltà di crescere, la famiglia e i rapporti generazionali, l'emigrazione, lo spaesamento, i rapporti Nord-Sud.

L‘incontro è stato introdotto da Gioia Pace, Presidente del Comitato di Siracusa della Dante Alighieri, che, dopo aver ringraziato la famiglia dell’avvocato per essere presente, ha ricordato il primo incontro di Ettore con la Dante di Siracusa presso l’Istituto “Rizza”, una bellissima conversazione sulla forza della parola, in cui questi ricordava la sua adolescenza e come, sin dall’inizio, lui la parola  l’abbia vestita nella sua valenza e importanza. Subito dopo  ha ceduto la parola a Paolo di Stefano. Questi ha incominciato parlando del modo in cui ha conosciuto Ettore. Anche il relatore è uno scrittore e, durante una sua permanenza a Siracusa per meglio documentarsi per il libro che stava scrivendo, Giallo d’Avola,  Ettore ha voluto conoscerlo, per sapere come procedeva il lavoro e la ricerca e  per  prestarsi, generosamente, ad aiutarlo. Giallo d’Avola è un libro che racconta  un’ intricatissima vicenda giudiziaria che si basa su un fatto realmente accaduto negli anni ‘50, di cui Ettore era a conoscenza. Paolo e Ettore  si incontravano in Ortigia, la Siracusa vecchia che Ettore amava molto e nelle migliori trattorie che erano (alcune ancora sono), site in essa. In questi incontri Paolo ha modo di rendersi conto della vasta cultura posseduta da Ettore basata non solo sugli autori classici, ma anche su quelli moderni e contemporanei. Il relatore  ha ritenuto il suo aiuto prezioso  per le ulteriori notizie sulla vicenda e anche per le precisazioni sicule e siracusane di cui egli non era a conoscenza. 

Dopo queste brevi note, il relatore  esordisce con l’affermazione di volerlo ricordare  evidenziando un tratto insolito della sua indiscutibile malinconia siciliana,  usando un’espressione di Moravia per definire Sciascia: illuminista paradossale. Il paradosso consiste  nel fatto che più andava a fondo nelle indagini sulla realtà, più questa le appariva oscura, ambigua, inafferrabile, andando, così, contro agli illuminismi storici che partivano dall’oscurità per giungere alla luce mediante la razionalità. Esaminando i sui saggi, L’avvocato e la verità e soprattutto La giustizia nonostante, si nota come essi  assumono sfumature narrative e anche autobiografiche, un tipo di saggio dalla prosa confidenziale, consigliabile a chi è ignaro di materia giudiziaria e vorrebbe capirne qualcosa in più. Affrontando i misteri della difesa, naturalmente non solo in chiave penale ma anche teorica e universale e mettendosi nei panni del presunto innocente, E. Randazzo opera, anche in questi saggi, con un’attitudine letteraria, con quella capacità empatica di mettersi nello stato d’animo e nella situazione di un’altra persona. Questa prospettiva permette di mettere in luce lo scrittore che incontreremo, diversi anni dopo, nei romanzi. Ettore Randazzo, ne La giustizia nonostante , mette provvisoriamente da parte le sue impeccabili nozioni tecniche, si sforza di guardare al sistema giudiziario con l’occhio ingenuo del suo cliente, attraversando, nell’oscurità, le distorsioni, le ingiustizie come farebbe uno scrittore, per poi riprendere, però, il possesso razionale delle regole e delle procedure allo scopo d’illustrarle al lettore. Il relatore, a questo punto, azzarda l’ipotesi  che la prerogativa di empatia, necessaria allo scrittore quando si mette nei panni dei suoi personaggi, sia un esercizio indispensabile anche all’avvocato penalista allorché si avvicina al suo cliente.  Ettore scrive: “Calarsi e riconoscersi, ecco i due verbi che rendono simile l’attività dell’avvocato a quella dello scrittore”. Con questo suo modo di rapportarsi alla realtà, sia giuridica che letteraria, l’avvocato saggista Randazzo, diversamente da Sciascia, riesce ad uscire dalle angosce con gli strumenti della razionalità illuminista, realizzando un doppio movimento: da illuminista paradossale proiettato dal lume della ragione verso o dentro l’oscurità, Randazzo risale verso la luce razionale che lo fa illuminista fiducioso. Il relatore confessa che è stato questo tratto specifico ad affascinarlo della personalità di Ettore. Non è facile imbattersi in un siciliano che sia non un illuminista sfiduciato e paradossale , ma , appunto , un illuminista fiducioso, cioè che non sia posseduto, irrimediabilmente, da una sottile e profonda, magari autoironica o tragica diffidenza verso l’umanità e a volte anche verso se stesso. Rileggendo le e-mail che si sono scambiati, scopre , in una di queste, che Ettore   si definisce un “siciliano deluso ma non arreso”.

Quindi, Ettore ha nella giustizia e nell’umanità una fiducia che Sciascia non aveva e forse non poteva avere. Questo sembrerebbe ovvio essendo egli un avvocato che, in mille occasioni, ha potuto contribuire attivamente e positivamente alla vittoria della verità.  Se Randazzo ha scelto di scrivere romanzi sulla giustizia è anche perché  si è sentito stretto nel suo ruolo professionale e ha voluto immergersi dentro I misteri della vita non solo indossando la toga, ma provando a raccontarli per forza di empatia e di immaginazione, le due energie che confluiscono a produrre la miglior letteratura, immaginazione anche quando si vuole realisticamente restare aderenti alle cose e al mondo. 

Nei  libri di Ettore si presentano sempre, più o meno celate fra le righe, profonde e complesse riflessioni sull’etica dell’agire umano anche quando la superficie degli accadimenti narrati, le svolte, i colpi di scena, dell’intreccio sembrano avere il sopravvento . Non c’è mai, in questi  romanzi ,  chiamati anche “gialli giudiziari”, un solo livello di lettura, e , a tal proposito Paolo di Stefano  fa riferimento a due  in particolare : È forse una condanna al silenzio  e Doppio Inganno

Scrive Ettore: “ Un proverbio siciliano ci insegna che U fatto è nenti , è comu si cunta”. Sullo stesso piano, artisticamente, risuona una frase di Gabriel Garcia Marquez: “la vita non è quella vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla“ .Questa frase Ettore la inserisce nel pamphlet che costituisce la seconda parte del romanzo È forse una condanna al silenzio. Si tratta di un criterio che dovrebbe essere imprescindibile per giudicare le opere letterarie, il principio chiave che dovrebbe ispirare il grande scrittore o poeta: in letteratura non conta il cosa,  quel che conta è il come in relazione al che cosa. Quindi conta la forma del contenuto, come direbbe Umberto Eco. Secondo il relatore, questo primo testo narrativo di Ettore Randazzo fonda esplicitamente le proprie ragioni sulla necessità, nel nostro mondo, di restituire alla parola la sua dignità, la sua centralità, la sua libertà e la sua energia creativa. Infatti, la seconda parte del libro è una sorta di saggio linguistico, intitolato In Viaggio con le parole e redatto dall’imputato. Si tratta di un acuto pamphlet sullo stato della lingua italiana, dal tono confidenziale e insieme prezioso dove  si possono apprezzare le considerazioni  con citazioni classiche e moderne sulla retorica, sulla quota logorrea dominante nel dibattito pubblico, sulla comunicazione verbale in ambito giudiziario, sulla relazione tra le parole e la gestualità, tra le parole e la solitudine, sui pregi del silenzio, il tutto arricchito da  aneddoti e apologhi. Ed è significativo che Ettore, nelle vesti del professor Eremita, il protagonista del libro, l’imputato, dopo un’interessante esamina della letteratura siciliana novecentesca che passa ad Tommasi di Lampedusa a Bufalino, arrivi appunto ad auspicare il capovolgimento dell’assunto di Sciascia, quello della Sicilia come metafora, in Sicilia senza metafora. Il saggio è pieno di considerazioni notevoli, storiche, sociologiche, sulla ricchezza della nostra lingua e sul rapporto con il dialetto, sulla qualità dell’eloquenza quando questa è sostenuta dalla competenza e dalla cultura. Troppo spesso, evidentemente, Ettore aveva avuto modo di riscontrare la pochezza e la rigidità della retorica giudiziaria, quindi il suo tentativo è quello di ridare dignità e sostanza alla parola. Il relatore trova una somiglianza notevole del proverbio che cita Ettore con la frase del grande poeta Andrea Zanzotto: “La letteratura è il ricordo di un sentimento che tende a diventare forma, espressione”.  Cioè lo stile è il rapporto tra forma e contenuto che ogni scrittore trova e fa suo. Lo stile è lo scrittore stesso, e lo scrittore stesso è il suo stile, la sua voce, la sua essenza. La letteratura  non è un semplice racconto di fatti o altro, ma è il terreno in cui empatia e immaginazione trovano un loro equilibrio originale , inatteso, sofferto, sorprendente. Tutto questo naturalmente Ettore lo sa, mostra di saperlo perché Ettore ha letto molto.

A proposito  del secondo  romanzo,  Doppio inganno, il relatore sostiene che l’impatto della falsa grottesca cede il passo a un vero e proprio romanzo morale, sotto forma gialla, decisamente più complesso e anche strutturalmente più articolato del primo. Lo stesso titolo fa capire ciò che il lettore si deve aspettare: doppio processo, doppio inganno, doppia verità, forse anche tripla. Qui c’è un elemento in più rispetto al primo: Ortigia finisce per essere la protagonista della storia, nonostante ci siano bellissimi personaggi come Vera e sua madre Nicoletta, due figure femminili per molti aspetti diverse e complementari tra di loro. È tanto protagonista la città o il suo mare, da aprire e chiudere il romanzo dopo essere stata partecipe osservatrice delle vicende narrate, è quasi garante del corretto percorso della giustizia. “Lei , la regina, la dominatrice di sempre, sorniona e strepitosa, spalmata con ammaliante familiarità sul suo Mediterraneo come una bella signora senza età  distesa maestosa su di un soffice divano di fronte al camino, ostentava un’olimpica, sensuale estraneità, dall’alto dei ventotto secoli che dichiarava, ma chissà quanto ancora più antica”.

Il paese, la terra, il mare, le radici amate sono temi su cui Randazzo d’ora innanzi continuerà a scavare fino all’ultimo romanzo, ancora inedito, Il pieghevole dei sogni . Nella sua ricerca letteraria il dialetto entra non solo nei dialoghi come nei libri precedenti, ma nel tessuto sonoro della narrazione come una musica vera e propria. Il relatore crede alla fine che i due o tre thriller che precedono Il pieghevole dei sogni siano da interpretare, in qualche misura, come le successive tappe di avvicinamento alla sua storia, alla storia di Ettore, quella narrata da Ettore ne Il pieghevole dei sogni . Immersione dentro la vicenda della sua famiglia sia pure adeguatamente, (ma neanche tanto, secondo il relatore) mascherata da nomi fittizi, a partire dal secondo decennio del Novecento. 

L’avvocato si dedica alla letteratura secondo il relatore, per scandagliare la possibilità di sfiorare la verità intima e primaria  senza il dovere di andare a cercarla. E qui la sorpresa. Perché probabilmente Ettore, da finissimo lettore qual era, sapeva bene che la letteratura, diversamente dalla giurisprudenza, non va alla ricerca di nessuna verità, può parlare di una verità che non conosce ne possiede senza, però, avere la pretesa di raggiungerla. Ed proprio grazie a questa mancata pretesa o mancata possessione della verità, che la letteratura può arrivare ben oltre la scienza e oltre la giurisprudenza. Come ha scritto il grande autore israeliano di recente, David Grossman,  “ogni opera letteraria che abbiamo amato suscita un palpito interiore, un senso di comprensione difficile da descrivere a parole, ma che abbiamo l’impressione di conoscere come la verità primaria, una sensazione di consapevolezza, una sorta di atomo di verità impossibile da scindere, per un istante ci sembra di toccare la radice del nostro essere sia come individui sia come particelle dell’intera umanità. Grazie a un particolare racconto o ad un personaggio letterario, possiamo cogliere appieno il miracolo, il terrore, la gioia, la compassione, il senso di appartenenza o di isolamento insiti nella nostra esistenza, la meraviglia di essere umani.” 

Il relatore crede che nei libri precedenti Ettore abbia voluto sperimentare con gli strumenti che gli erano più congeniali, naturalmente quelli giudiziari, diverse chiavi di entrata dentro la sua vicenda autobiografica, liberandosi, finalmente , della ossessione stringente e vincolante del verdetto. Soprattutto abbia provato, o meglio, cercato, i modi stilistici, immaginativi e sentimentali per avvicinare al proprio paesaggio fisico e la propria lingua materna, cioè il dialetto .  Perché la vera patria dello scrittore è la sua lingua, e questo pensiero è lucidamente espresso da poeta Fernando Pessoa, “ La mia patria è la lingua portoghese “ . Ed proprio  di Pessoa la frase che Paolo di Stefano sceglie come ottima conclusione alla sua dissertazione su Ettore Randazzo: “ La vita è ciò che facciamo di essa, i viaggi sono i viaggiatori , ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.”

Dopo l’interessante intervento di Paolo di Stefano, Gioia Pace ha chiesto al figlio dell’avvocato Randazzo, Tommaso, di parlare di suo padre. Tommaso ha subito puntato l‘attenzione sulla  grande sensibilità e il  coinvolgimento emotivo nella sua professione di avvocato oltre alla sua forza e passione e, anche, della sua necessità di di sfogare e rielaborare questa sua forte sensibilità nella scrittura.  I ricordi del padre sono incentrati sulla sua passione per l’arte, in genere, ma soprattutto per i  libri e la scrittura. La sua casa è stata definita “una biblioteca a cielo aperto” e di libri in quella casa si è sempre parlato, tra marito e moglie e con i figli. Lui era anche un vulcano di idee e di entusiasmo e il suo sguardo era quello di un giovane che si affaccia alla vita. Il figlio si chiedeva dove il padre trovasse tutta questa energia e restava sempre piacevolmente stupito di come riuscisse a fare esperienza di ogni cosa come se fosse la prima, portandola al successo. Non gli bastavano i successi che aveva avuto nella carriera di avvocato, voleva sperimentare ancora, scoprire nuovi lati di se stesso, nuove capacità. Voleva scrivere e creare dei romanzi, e questo era uno dei suoi vecchi sogni da ragazzo.  Nei suoi scritti , però, il figlio nota anche un aspetto molto contemporaneo perché era presente un’osmosi tra la complessità processuale che lui conosceva benissimo e che rendeva con maestria e capacità, e la complessità psicologica dei personaggi. Però, nello stesso tempo, suo padre restava molto legato alla cultura classica che aveva respirato a Siracusa, la sua città  tanto amata.  A questo punto cita Platone, filosofo greco che si recò tre volte a Siracusa, e alla sua teoria della politeia dell’anima, un’immagine molto intensa con  cui descrive l’interiorità dell’individuo, come una pluralità di voci e istanze che devono trovare un accordo o quantomeno un equilibrio. E l’anima di suo padre era piena di voci che cercavano di farsi sentire e realizzare. Poi prende ad esempio un suo romanzo, Le donne del dottor Barbaría , per i turbamenti del pubblico ministero, i suoi continui cambi di rotta, che finiscono per far coincidere i suoi sensi di colpa, le sue istanze morali  con le varie fasi del processo. Questo  è un aspetto molto importante per cui l’introspezione dei personaggi prendono le mosse dal mondo in cui vivono, dal loro contesto sociale e lavorativo.

L’introspezione giuridica nei romanzi, connota le vicende processuali dei personaggi, che diventano vicende interiori, dando respiro universale alla narrazione, un po’ come nelle tragedie greche.  È una tensione esistenziale alle riflessioni che inevitabilmente suscitano nel lettore. Per cui il processo diventa una sorta di grande specchio che riflette l’essenza del nostro rapporto con gli altri e del nostro rapporto con noi stessi. E, quindi, in questo passaggio Ettore ha allargato il punto di vista dell’avvocato, di una persona che vive tutti i giorni nell’area giudiziaria, al punto di vista dello scrittore, del pensatore, dell’uomo, quindi gli ha dato un respiro universale. E in questo unire il particolare all’universale, l’elemento micro a quello macro, Ettore ha una fortissima originalità proprio perché lo ha fatto partendo dall’ambiente processuale.

Tommaso era affascinato da questa dualità micro-macro, esterno-interno, e la riteneva una delle cifre caratteristiche della sua produzione letteraria. Anche, per esempio, il titolo Doppio inganno riecheggia questa dualità , ma è una dualità che crea uno spessore, crea profondità, crea lo spazio del l’analisi. E una delle dualità più interessanti e profondi che sono presenti nella sua letteratura è l’apparentemente inconciliabile dicotomia tra il successo dell’avvocato nelle aule giudiziarie che, di giorno, con le sue arringhe e la sua difesa, brilla agli occhi di tutti, e poi l’ansia notturna che pervade e turba il suo sonno. Questa doppia prospettiva ci regala una visione finalmente completa dell’uomo, colto nel contesto in cui viveva ma, allo stesso tempo, nella sua essenza universale, perché l’azione e il successo, la passione si accompagnano al dubbio, alla sofferenza all’angoscia per come potranno andare le cose . E non per insicurezza ma perché le nostre azioni , la nostra professionalità, le nostre scelte, condizionano inevitabilmente le vite degli altri. Questa era considerata una delle più grandi consapevolezze e anche preoccupazioni presenti  nella vita di suo padre e ciò che vale per l’avvocato, lo riteneva  valevole per il lavoro, per le vite e le scelte di tutti .  Ecco l’aspetto che rende i romanzi di Ettore interessanti per tutti,  non solo per gli avvocati. 

La migliore conclusione a questo intervento sono, a mio avviso,  le parole che il fratello di Ettore, Giovanni ha usato al suo funerale: “Ettore ci ha insegnato tre cose: la capacità di sognare, il talento nel saper realizzare, la voglia di lottare per migliorare“.

 

                                                                                                                                     Maria Antonietta Tribulato

 

 

 

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