Pomeriggio culturale alla Dante con l’Avv. Ettore Randazzo

Alla Dante di Siracusa ancora un pomeriggio di alta cultura e come sempre un folto pubblico a fare da cornice.                  

Questa volta è toccato ad Ettore Randazzo parlare della sua ultima fatica letteraria, nata proprio in occasione di altro suo memorabile intervento alla Dante di Siracusa l’anno scorso, quando incantò l’uditorio parlando del “dominio della parola”.

Di Ettore Randazzo è nota la bravura di avvocato penalista. Oggi si apprezza anche la sua abilità di scrittore. «E forse una condanna al silenzio» è l’ultimo libro di Ettore Randazzo, presentato all’istituto Rizza dal Comitato Dante Alighieri. Relatori d’eccezione Elio Cappuccio, filosofo e docente al liceo Gargallo e il magistrato Michele Consiglio.  

 Nel suo intervento Cappuccio ha evidenziato come «l’idea è quella che attraverso un controllo della lingua si possa giungere ad un controllo delle idee che la lingua stessa esprimere. Tutto questo fa pensare alle concezioni totalitarie o addirittura alla neolingua di Orwell, in cui l’abolizione della parola libertà non può non coincidere con l’abolizione del concetto di libertà. Pretendere di controllare la lingua è come pretendere di controllare il divenire dell’esistenza che non si lascia irretire da un sistema rigido di regole». Nell’ambito del diritto, ha aggiunto Elio Cappuccio, accade qualcosa di simile: la norma infatti legittima comportamenti già esistenti e quando si vuole teorizzare un diritto assoluto non si può non negare la libertà stessa. «Come dire che il linguaggio come la norma sono il prodotto di una convenzione».     

La vicenda che vive il protagonista del romanzo, ha osservato Michele Consiglio, è semi-surreale per la trama ma assolutamente reale quanto al contesto emotivo che genera. «Magnifica la descrizione della notifica della misura cautelare, avvenuta nelle prime ore del mattino a casa di un uomo tutto preso dalla sua vita ordinaria. Un uomo colto, con una personalità strutturata e dunque complessa che, inevitabilmente, è destinata a patire di più la sottoposizione a giudizio non perché più debole ma perché più capace di operare deduzioni, analisi, conclusioni, ipotesi, autocritiche ed autoassoluzioni, insomma più capace di autotormentarsi di quanto non lo sia una personalità semplice che, con molta più facilità, spegnerà il cervello e affiderà tutto sé stesso ad un difensore».

«Ho imparato ad apprezzare l’incanto della parola. La cosa che più mi prende e che si vuole trasmettere con il libro – ha detto Ettore Randazzo – è l’ingiustizia della giustizia. Il processo vero spesso è un romanzo o anche una tragedia. Certo, la giustizia è lenta, i magistrati come gli avvocati sbagliano e hanno la sindrome di durata del processo. Giudicare è molto più difficile che difendere un imputato. Le regole sono le garanzie migliori dell’imputato, anello debole del processo. E le regole sono soggette al miglioramento. La pendenza del processo è già una pena».
Scrivere un libro, per Ettore Randazzo, è un’avventura dell’anima. «Mio fratello Giovanni mi ha suggerito di essere me stesso, di liberarmi della naturale riservatezza e oggi sono felice di aver portato a termine questa esperienza».
L’autore è stato definito da Gioia Pace, presidente del Comitato Dante Alighieri «ambasciatore della qualità della parola». «Leggendo il libro, la lezione morale che ho ricavato come donna che insegna è di servirsi della parola che è sempre una grande forza».

Laura Valvo